ALMA IN VIAGGIO

tagliatelle al ragu

Tornare a casa dopo un viaggio: sull’andare e sul tornare

 

Ho finito in questi giorni di processare il periodo trascorso a casa.

Sono fuorisede da molti anni ormai, lo sono stata in Italia per la maggior parte del tempo, ma la verità è che questo non cambia molto le cose, me ne sono accorta solo adesso.

Non cambia che viva più lontano ora, è cambiato il percorso personale che mi ha fatto arrivare fin qui. Non sto parlando di persone, episodi, situazioni prese singolarmente, ma del processo in sé.

Per me andare é stato, ed è sempre, una spinta forte.

Entrare in connessione con qualcosa che fosse altro dalla mia quotidianità. Da quando ho guardato oltre il mio conosciuto, non sono più riuscita a smettere, qualcosa si è attivato. Non so spiegarlo meglio di così. Non importa tanto il quanto lontano, ma il come. E trovarmi in situazioni nuove non mi ha mai davvero spaventata tanta era la mia convinzione. Mi sono sempre concessa di vivere i luoghi, e alcuni sceglierli per periodi più lunghi.

portici bologna

 

Ci sono state occasioni, in passato, in cui tornare a casa è stata un’esperienza quasi mistica. A volte, in mezzo a persone, serate ed eventi, mi sembrava di sentire le voci intorno ovattarsi e di sentirmi dentro una bolla. E mi chiedevo: “Ma io che ci faccio qui?”.  

E che sia chiaro, non era una sensazione di superiorità ma proprio di reale disorientamento. Una frattura sottile tra ciò che stavo vivendo e ciò che casa mi restituiva di me. E ora che l’ho analizzato ampiamente lo posso esprimere con la parola giusta, appartenenza.

Questo è il mio vissuto e non implica giudizio. Parla del mio luogo di origine, della storia e delle persone che si sono intrecciate in quello spazio. Di situazioni che sono state per me attivatori di esperienze che dovevo vivere.

Mi sono chiesta perché proprio adesso, in questa fase della vita, mi ritrovo a sentire così forte il significato dietro queste settimane trascorse a casa. Non c’è nessun tipo di sentimento negativo, sento dentro di me una certa pace e soprattutto consapevolezza (by the way, una splendida sensazione) eppure quei giorni hanno avuto un certo impatto su di me. 

Forse perché è stato il momento in cui la me di oggi, finalmente consapevole di ciò che desidera (e altrettanto di ciò da cui vuole allontanarsi), ha rincontrato la me delle origini. 

E che incontro, in un campo tutto tranne che neutrale.

Nella stanza con l’armadio bianco e rosso, unico testimone di tutta la mia vita lì dentro. Da quella stanza ho sentito fortissimo l’incontro tra quelle due versioni di me, che si è manifestato in forma di tanti piccoli promemoria.

portici san luca bologna

Che alcune cose, che poi cose non sono, restano, al di sopra di qualunque evoluzione. Sono, e rimarranno sempre, il porto sicuro a cui tornare.

Che non puoi proporre visioni differenti a chi non è interessato, o pronto, a vederle. Certe energie  è meglio risparmiarle.

Che per qualcuno rimarrai sempre quella versione che esisteva lì. E va bene prenderne atto e lasciare andare.

Che il proprio tempo e la propria energia vanno dosati e donati con attenzione verso se stessi, anche quando fa un po’ più male, ho scelto di farlo anch’io, qualche mese fa.  In quei momenti è la vecchia versione che cerca ancora di prendere il timone e bisogna trattarsi con compassione.

Che avere uno spazio sicuro dentro di sé è indispensabile, un luogo in cui tornare anche quando fuori tutto cambia. Prendersi cura di sé, in mente e corpo.

Allora cos’è questa appartenenza? Che si trasforma insieme a noi e segue le tappe della nostra vita.

Che ci fa sentire accolti e poi respinti, che ci mette in crisi quando non sappiamo più dove collocarci. Ci accompagna mentre la cerchiamo, quella appartenenza.

La parte più complessa è integrarla, renderla parte di noi mentre ci trasformiamo. È un legame che cambia e si evolve, come tutte le relazioni.

Ecco, il mio legame si è trasformato.

E queste settimane sono state un passaggio cruciale. Per lasciare andare la vecchia muta con pace nel cuore. Per tornare, senza sforzarsi di essere qualcosa che non esiste più, senza lotte.

Per stare in quella stanza senza perdermi e guardare al passato con maggiore dolcezza.

portici san luca bologna

Mi chiedo se anche tu, in questo momento, stia portando dentro di te un ritorno non ancora del tutto elaborato.

Non deve essere per forza un luogo lontano. Può essere la casa dei tuoi genitori, la città in cui sei cresciuta, una stanza che non abiti più ma che ti riconosce ancora.

Se ci pensi cosa ritrovi di te, quando torni lì? Quale versione di te si fa più presente, quella di oggi, o quella che c’era prima che partissi? E soprattutto cosa, di quello che ritrovi, senti ancora tuo? E cosa, invece, puoi finalmente lasciare andare, con la stessa dolcezza con cui ti guarderesti allo specchio dopo un lungo viaggio?

Non serve avere una risposta subito. Ora basta  la domanda, come un souvenir, da aprire con calma quando si torna a casa,

Se ti va, scrivimi la tua versione di questo ritorno. Mi piacerebbe leggerla.

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2 commenti su “Tornare a casa dopo un viaggio: sull’andare e sul tornare”

  1. Mi ritrovo molto, molto, nelle tue parole.
    Sento di stare facendo un percorso simile al tuo, di dialogo interiore e cura, nel mezzo degli spostamenti esteriori.
    Ti abbraccio!

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