ALMA IN VIAGGIO

La prima volta che ho mangiato da sola in viaggio: da Nizza con (poco) furore

Che ci si creda oppure no, questa è una delle storie che racconto più spesso.
Forse la storia per definizione: la prima volta che ho mangiato da sola in viaggio.

In due parole? Un incubo.

Il fatto è che questa faccenda del mangiare da soli è qualcosa che affligge molte persone. Parlo soprattutto di italiani. E non è nemmeno troppo una questione di genere quanto piuttosto di cultura.

Per noi mangiare significa condivisione. Fuori dal contesto lavorativo, dove è più tollerato, sono tante le persone che non amano sedersi a tavola da sole.

Io per molto tempo ho fatto parte di questo gruppo.

Probabilmente ne sono uscita solo per necessità, ma anche questo è uno dei doni del viaggio: portarti oltre i tuoi schemi abituali, spesso senza chiederti il permesso.

E proprio perché questa storia è forse la mia preferita, ho deciso di riprendere il racconto che ne feci anni fa.
Perché, a dirla tutta, così bene poi non mi è mai più uscito.

Facciamo quindi un salto indietro nel tempo, a quando lo scrissi cinque anni fa.
Questo episodio fa parte anche di Hummus a colazione, un libro nato da un viaggio in solitaria in Medio Oriente, dove i luoghi sono diventati occasione di incontro con me stessa.

 
NIZZA VECCHIA

Fino a qualche anno fa questa situazione sarebbe stata del tutto fuori dalla mia portata.
E di qualunque portata, parlando di cibo.

Nello specifico mi riferisco a un’insalata.

Era il 2016, una Pasqua piovosa, e io mi trovavo a girovagare per i vicoli della parte vecchia di Nizza. Amo Nizza, moltissimo. Ma la verità è che ho iniziato a volerle davvero bene solo qualche tempo dopo quel giorno. In quel momento mi sentivo solo tremendamente irrequieta.

Qualche mese prima, durante l’ennesimo weekend di noia assoluta, avevo deciso con grande leggerezza che avrei potuto fare qualcosa di diverso dalle solite vacanze pasquali. Invece di tornare a casa dai miei sarei partita da sola, per la prima volta.

Dopotutto sarebbe stato bello scegliere una meta non troppo lontana ma interessante per i miei desideri. Non avevo voglia di fare sempre le stesse cose, né di aspettare qualcuno per organizzarmi.
Volevo decidere subito e basta.

Navigando su vari siti quel giorno avevo trovato la risposta perfetta: la Costa Azzurra.

Sole per trecentocinquanta giorni all’anno, mare, paesini collegati tra loro, lavanda e rosé in quantità. Anche ad aprile sembrava una meta perfetta. Treno a pochi euro, nel caso avessi cambiato idea prima di partire, e il desiderio di mettere in pratica quello stralcio di francese che conoscevo. O almeno provarci.

E quindi ero lì, a Nizza, nel mio giorno uno.

Arrivata da poche ore, con le suole ormai consumate a forza di camminare avanti e indietro davanti ai ristoranti spiandone i menu. Ma sempre scansandomi in tempo per non farmi convincere dai camerieri a entrare.

La scelta in realtà non era difficile.
Erano tutti ristoranti noiosamente turistici, con menu distinguibili solo per i diversi font usati nell’impaginazione e i soliti errori sugli spaghetti alla bolognese.

Eppure per me in quel momento risultava comunque una scelta complessa, la più ardua in assoluto.

Mangiare da sola.

Ho passato più di un’ora su e giù per Cours Saleya, la strada principale della Vieux Nice, scrutando tutte le porte senza scegliere. Perché di fatto non volevo scegliere.

Mi sentivo totalmente fuori posto.

Sedermi a un tavolo significava dichiararmi sola.
Sentirmi sola.

Da una parte le bancarelle del mercato, dall’altra tavoli pieni di persone che potevano parlare tra loro, ridere e sentirsi a loro agio.

E io no. Non lo ero affatto.

Chi me l’aveva fatto fare di essere lì da sola?
Me lo sono ripetuta un numero considerevole di volte.

Alla fine mi sono decisa. Ma solo per colpa della fame, che era diventata insostenibile.

Ovviamente il nome del ristorante non lo ricordo. Ma non posso certo dimenticare l’arredamento demodé che ne caratterizzava l’interno.

E quando parlo di demodé sono anche fin troppo generosa.

Sembrava di stare nella stiva di quelle navi che fanno i tour in giornata con snorkeling e pranzo incluso. Senza la vista ponte.

Non posso neanche dimenticare il mio goffo tentativo di parlare francese tanto che il cameriere, impietosito dalla mia pronuncia, iniziò a parlarmi in italiano.

Cosa ho ordinato invece lo ricordo benissimo: un menu degustazione per scoprire i veri sapori della Costa Azzurra.
Il cliché perfetto del turista medio nel sud della Francia.

In quel momento ero la sua rappresentante ufficiale.

CALICE ROSE FRANCIA

Il pranzo fu orribile.
E non solo per la quantità di olio presente in ogni piatto.

L’imbarazzo della solitudine mi faceva sentire gli occhi di tutti addosso mentre i famigerati “tutti” stavano semplicemente facendosi i fatti loro.

La vera fase acuta fu l’interminabile attesa tra l’ordinazione e l’arrivo dei piatti.

Avevo scelto il menu turistico perché immaginavo fosse tutto già pronto. Invece quelle pietanze fatte male erano pure state cucinate al momento.

Dopo aver sfogliato a caso la Lonely Planet, che già conoscevo a memoria, avevo finito tutte le attività possibili per intrattenermi.

Il roaming non c’era ancora e non potevo connettermi a nessun dispositivo perché, ovviamente, il Wi-Fi lì non esisteva.

Non so quantificare quanto tempo sia passato davvero.
Nella mia testa tra le due e le tre interminabili ore.

Poi ho mangiato. Velocemente. In modo scomposto. Senza gusto.
Solo con la voglia di finire.

In quel caso ho ringraziato l’olio che mi ha permesso di non soffocare, vista la voracità con cui ho aggredito i piatti. Era stato come un nuovo esame di maturità.
Ed ero riuscita ad andare in crisi per un’insalata nizzarda manco fatta bene.

Ma la verità è che è stato tutto altamente terapeutico.

Quel posto orribile ha assistito al mio battesimo del pasto in solitaria. Nei giorni seguenti l’impaccio non mi ha abbandonato del tutto. Qualche volta ho anche mangiato in hotel con qualcosa di pronto comprato al supermercato.

Però avevo capito una cosa importante: potevo farlo.

Mangiare da sola era ok. Si poteva fare in maniera rilassata e senza troppa preoccupazione di chi avevo intorno.

Anzi.

Le persone sedute ai tavoli sarebbero diventate il mio intrattenimento preferito durante i pasti, insieme alla scelta di ristoranti decisamente più invitanti. Quella è diventata presto una priorità assoluta.

Avrei imparato ad apprezzare ogni minuto di attesa.

Avrei smesso deliberatamente di leggere la guida o guardare il telefono, anche con una connessione disponibile, per godermi tutto ciò che accadeva intorno.

Ripenso con enorme tenerezza alla me di quel giorno.
In quella prima vacanza in solitaria.

In quel ristorante turistico della Nizza vecchia.

È lì che qualcosa è cambiato dentro di me.

Mentre ero alla cassa a pagare quel faticosissimo pranzo ho buttato un occhio al bancone. Una ragazza era entrata a prendere un caffè e si era fermata a parlare con il barista, che per inciso era forse l’attrazione più degna di nota del locale. Rideva così forte che l’ho guardata con enorme invidia.

Era esattamente come avrei voluto sentirmi: serena e disinvolta.

E mentre uscivo dal ristorante pensavo che prima o poi avrei dovuto provare a sedermi al bancone.
Che magari sarebbe andata meglio.

(Spoiler: non mi sbagliavo)

 

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