ALMA IN VIAGGIO

Taghazout e Tamraght: come il turismo sta cambiando la costa del Marocco

Partiamo con una dichiarazione d’amore per il Marocco, perché di amore si tratta per me.

È un paese che più di una volta mi ha curata e coperta di affetto sottoforma di incontri, cibo, calore e sorrisi. Io voglio molto bene al Marocco ed è anche per questo che ci sono tornata nuovamente, per esplorare una zona di cui avevo sentito molto parlare e che volevo conoscere, la costa tra Essaouira e Agadir, in particolare i paesi di Taghazout e Tamraght.


E forse è proprio perché ne avevo tanto sentito parlare che dovevo capire che qualcosa non sarebbe andato bene.

CIAO, SONO SERENA

Travel designer esperienziale e travel coach.
Se questo approccio al viaggio ti parla, ti aspetto anche su Instagram.

Taghazout e Tamraght: come sono cambiate negli anni

La costa di Agadir è una delle zone del mondo più rinomate e importanti per quando riguarda il surf. Dagli anni 70 è diventata un punto di riferimento internazionale per la pratica e in effetti basta avvicinarsi all’oceano per percepire subito questa energia. Fino agli anni 90 era una meta prettamente per appassionati che si spostavano con il loro van assicurandosi di avere l’attrezzatura necessaria per cavalcare le onde.

Negli ultimi anni il surf è passato da sport solo per appassionati a sport mediamente di moda, spesso abbinato alla pratica yoga in formule di pacchetti settimanali che si svolgono nelle grandi mecche delle onde in giro per il mondo.

Ho provato il surf in passato. Non è il mio sport ma è molto divertente se ami il mare e in generale se hai confidenza con l’acqua. Quello che è sicuro è che essere surfisti è uno stile di vita, fatto di poche comodità ma della sicurezza di avere sempre un posto fronte oceano per vivere in simbiosi con le onde. Lo stile è rilassato, comunitario e minimalista.

Taghazout e Tamraght sono due villaggi di pescatori della costa marocchina. Taghazout in particolare è stato per decenni uno dei luoghi simbolo del surf e di uno stile di vita hippie sulla costa marocchina. Oggi è uno dei nomi di punta per il surf in Marocco. Tamraght invece, più tranquilla, a soli dieci minuti di distanza in macchina, si è aperta al turismo, e al surf, in tempi più recenti.

Per questo avevo scelto Tamraght: una vita più tranquilla e meno strettamente legata solo al surf, molti studi yoga e in generale attenzione al benessere corpo e mente.
Il mio obiettivo era esplorare la zona perché come travel designer, sono sempre alla ricerca di luoghi che possano essere allineati alla mia modalità di viaggio e alla mia proposta di itinerari.

La mia esperienza a Tamraght durante il Ramadan

Era da molto tempo che non mi trovavo così a disagio in un luogo. Ci ho passato quattro giorni e devo dire che è stato molto difficile restarci. Tuttavia, come faccio sempre, cerco di approfondire come mi sento e cosa posso portarmi a casa dall’esperienza.

Sono arrivata in questi luoghi in un momento particolare per la cultura locale ovvero la fine del Ramadan. Era la prima volta che lo vivevo direttamente in un paese musulmano ed ero molto affascinata da questo aspetto e allo stesso tempo, come estranea a questa pratica, mi sono posta molte domande su come comportarmi, come gestire il rapporto col cibo, come relazionarmi alle persone che lo stavano facendo per non metterli in difficoltà.

Quando sono arrivata a Tamraght mi sono resa conto che queste domande non erano nella mente di molte persone.

Il paese è piccolo. Si sviluppa in altezza, tra stradine molto spesso non asfaltate e un numero significativo di gatti e cani che girano per le strade (per me quest’ultimo è un grandissimo valore aggiunto del Marocco). Ha una strada principale molto trafficata di auto e ho scoperto che i marocchini non danno significato alle strisce pedonali, che sembrano più un ornamento che un segnale di stop. Ma basta saperlo e dopo ci si abitua.

Attraversata questa strada si supera un’area di parcheggio e di hotel e si arriva all’oceano dove gli occhi si illuminano per la potenza delle onde e la bellezza dello spettacolo che si ha davanti.

In acqua si possono ammirare numerosi surfisti impegnati in numeri incredibili e poi, nelle zone più tranquille, gruppi di persone che si approcciano al surf per la prima volta e sono accompagnate dagli istruttori.

In questa zona tutti sono in costume da bagno ed è ovviamente normale.

Succede però che lo stesso modo di vestire si veda spesso anche nelle stradine del paese, come se si fosse in qualunque paese di mare dell’Italia o delle isole spagnole. Ad appesantire questa situazione il fatto che questo accada in Ramadan, quando la popolazione marocchina è impegnata in un mese particolarmente intenso dal punto di vista del sacrificio. Ed è proprio questo il contrasto che ho percepito con più forza: una distanza evidente tra il ritmo della vita locale e alcune abitudini portate dal turismo internazionale.

Chi arriva qui sembra spesso continuare a vivere secondo i propri ritmi e le proprie abitudini, senza interrogarsi davvero sulla sensibilità del contesto in cui si trova. E gli abitanti rimangono accoglienti, sfoggiando tutta la loro gentilezza mentre la loro cultura viene messa in secondo piano dagli ospiti.

Quando il turismo cambia l’identità di un luogo

Questo succede anche per il cibo. I cafè dall’estetica scandinava hanno preso il sopravvento sul tajine. Ho passato del tempo a parlare con persone del luogo e più di una mi ha detto che finchè proponevano solo cucina marocchina avevano pochi clienti. Quando hanno aperto a pizza e tacos la situazione si è rovesciata.

E allora mi sono chiesta perché facciamo fatica ad adattarci davvero.

Veniamo dalle grandi città, arriviamo stressati e ci lamentiamo dei ritmi impossibili alla ricerca della vita lenta. E quando finalmente possiamo incontrarla, cerchiamo di rimodellarla secondo le nostre abitudini.

Non riusciamo davvero a spostarci dalle nostre abitudini, non rinunciamo al matcha neanche per una settimana e finiamo per comportarci come se fossimo a Ibiza solo perché è una meta di moda.

In effetti basta fare un giro sui social per vedere quali sono i consigli di viaggio per chi sta in queste zone, vi sfido a cercare qualche suggerimento che abbia vagamente una sfumatura marocchina autentica.

Poi c’è il tema dello yoga, che per me resta una domanda aperta: come mai viene così fortemente associato a questa zona pur non appartenendo alla cultura marocchina?

Queste riflessioni sono soprattutto associate alla mia esperienza a Tamraght dove ancora è possibile respirare il tessuto sociale originario nonostante tutto. Dove il momento della preghiera entra profondamente nella vita quotidiana e forse aumenta ancora di più il contrasto.

Taghazout è più nettamente europeizzata, più viva e caotica e sicuramente di un turismo molto più giovane. Ora diventa difficile capire quante delle persone che arrivino qui sia davvero appassionate al surf e quante scelgano effettivamente per questo motivo la destinazione.

Per cercare di vivere al meglio i miei giorni in questa zona mi sono presa dei momenti per fermarmi e godere di tutta la bellezza dell’oceano e del suo potere rigenerante, ho parlato con persone della zona che mi hanno raccontato alcune delle cose che integrato in queste righe, lo scambio è stato come sempre di grande arricchimento.

E infine mi sono dedicata due ore godendo di una splendida esperienza di hammam e massaggio berbero in un piccolissimo centro a Tamraght. È stata l’ultima esperienza prima di ripartire e sono felice di averla fatta proprio alla fine perché questo momento di contatto con la vera pratica di benessere marocchina mi ha riconnesso alla tradizione alla bellezza di questa terra. Grazie alla cura di queste donne ho potuto fare pace con tutte le sensazioni di estraniamento che ho avuto nei giorni precedenti.

 

Non tutti i luoghi ci appartengono, non con tutti i luoghi possiamo entrare in connessione ma sicuramente con tutti stabiliamo una relazione.

Sta a noi comprenderne la tipologia e cosa possiamo portare con noi, nel nostro viaggio.

Il viaggio giusto è quello più adatto al momento che stiamo vivendo.

È da qui che nasce il mio modo di progettare i viaggi: se stai pensando al tuo prossimo, scrivimi.

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